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La sfida di INI Città Bianca

L’intervista Dopo la fase di emergenza, oggi la struttura è Covid free. Si sta tornando alla normalità, con tante precauzioni
Il dottor Romaniello, risk manager del gruppo, spiega l’importanza di tornare a curare le altre patologie e di fare prevenzione – articolo di Roberta Di Pucchio

Esplode la pandemia. L’Italia e il mondo intero si trovano a fare i conti con un nemico sconosciuto. Il sistema sanitario del nostro Paese rischia il collasso, le terapie intensive sono piene. La sanità cerca di riorganizzarsi al meglio. I reparti degli ospedali diventano reparti “Covid” e le Regioni chiedono alle Rsa, alle Case di Cura, e alle strutture private di predisporre reparti per accogliere i pazienti che aumentano di giorno in giorno.

Quello che è accaduto nei mesi successivi è storia. Tra le strutture della nostra provincia che hanno saputo fronteggiare in maniera eccellente la lotta al Coronavirus c’è la Casa di cura INI Città Bianca di Veroli. A Città Bianca, da marzo, sono stati rilevati i primi casi di positività al Covid-19. La struttura si è prontamente organizzata per gestire l’emergenza, in breve tempo è stato allestito un reparto RSA Covid nel quale sono stati seguiti tanti pazienti da tutta la provincia di Frosinone. Oggi quel reparto è stato smantellato. La Città Bianca è Covid free ormai da circa un mese e la Casa di Cura è tornata ad operare come faceva prima dell’emergenza ma con tanti accorgimenti in più per garantire la massima sicurezza a pazienti e operatori. Ne abbiamo parlato con il Risk manager del Gruppo INI il dottor Carmine Romaniello.

Dottor Romaniello, la vostra struttura, ormai da giugno, è Covid Free, come siete riusciti ad arrivare a questo risultato?
«A marzo abbiamo avuto un primo cluster, da lì abbiamo adottato la strategia di fare i tamponi a tutti, pazienti e operatori. Fortunatamente, nella maggior parte dei casi, i positivi erano asintomatici e non presentavano quindi un quadro clinico grave. In linea con quanto ci è stato chiesto dalla Regione abbiamo, poi, allestito il reparto Rsa Covid per gestire i pazienti provenienti da altre strutture e lo abbiamo fatto sin da subito in sicurezza, isolandoli dai pazienti interni alla struttura. La scorsa settimana quel reparto è stato ufficialmente chiuso anche se già da diverse settimane non era più utilizzato. Quando anche l’ultimo paziente si è negativizzato è stato un successo per tutti».

Ecco, adesso come state gestendo la situazione?
«E’ da un mese ormai che siamo tornati ad operare come nel periodo precedente all’emergenza con ricoveri, attività ambulatoriali, riabilitazioni e una ripresa a pieno ritmo di tutte le attività. Ma abbiamo tantissime precauzioni in più. Ora tutti i pazienti che arrivano in struttura devono avere un tampone negativo e, nonostante questo, passano 14 giorni in una “zona filtro” che abbiamo appositamente predisposto per scongiurare il rischio che possano arrivare.

In queste settimane state seguendo anche pazienti in fase di riabilitazione post Covid. Come operate in questi casi?
«Anche i pazienti che si sono negativizzati da tempo seguono lo stesso iter degli altri passando nella “zona filtro” per due settimane. Nonostante questo non ci venga imposto dalla Regione, noi lo facciamo per ulteriore scrupolo. I pazienti post Covid che noi accogliamo sono pazienti che hanno strascichi di una polmonite e sono questi che stiamo trattando».

Il virus, pero?, non ha lasciato solo strascichi di tipo fisico nei pazienti. Ci sono gli aspetti psicologici che non vanno trascurati. Vi occupate anche di questi?
«A tutti i pazienti che arrivano in struttura, indipendentemente da questo periodo di emergenza, viene garantito anche un approccio di tipo psicologico. Valutiamo tutti i singoli casi e, a seconda della necessità, vengono fatti interventi. In questa fase, ovviamente, abbiamo riscontrato numerose criticità psicologiche, anche nei pazienti interni. Dal nove marzo abbiamo dovuto impedire l’accesso ai congiunti nella struttura e questo ha pesato non poco sulle condizioni di pazienti e parenti. Da una decina di giorni, invece, abbiamo riaperto l’ingresso ai visitatori con tutti i DPI del caso e aree apposite per evitare il contatto fisico e rispettare il distanziamento sociale. Questa fase successiva ha permesso di alleggerire la tensione e il carico psicologico di pazienti e famiglie».

In questi mesi di emergenza la sanità si è “riconvertita” per far fronte al virus. Il fatto di non poter accedere alle cure per altre patologie e i blocchi delle terapie e delle visite ambulatoriali, hanno causato disagi?
«Molte patologie sono state trascurate. La sanità nazionale si è concentrata sulla pandemia ma, purtroppo, questo ha avuto pesanti ripercussioni sulla cura e la prevenzione di altre malattie. Oltre al problema dei reparti trasformati in reparti Covid, e quindi non più accessibili per altro, si è diffusa una psicosi che ha portato molti pazienti ad aver paura di recarsi negli ospedali. Tanti non si sono fatti visitare né curare. E questo ha portato ad un aumento della mortalità per infarti, ad un aumento dei casi di ictus non trattati, con conseguenze invalidanti. Ci sono stati tantissimi casi di fratture alle quali non è seguita un’adeguata riabilitazione e via discorrendo. Oggi possiamo dire con certezza che le strutture più sicure sono quelle sanitarie, così come la nostra. L’invito che voglio fare da medico è di andare in ospedale, di farsi curare, di fare gli screening. La paura delle strutture sanitarie poteva essere comprovata nei primi mesi dell’emergenza, oggi non più. E sottrarsi alle cure per altre patologie per paura del contagio è sconsiderato».

Dottor Romaniello, in queste settimane si sta ampiamente discutendo su una probabile seconda ondata in autunno. La vostra struttura sarebbe pronta ad affrontare una nuova situazione di emergenza?
«Nell’ipotesi si dovesse verificare una nuova ondata saremo, certo, tutti più preparati e organizzati. Gli errori fatti inizialmente sicuramente non ci saranno più perché ad oggi sappiamo con cosa abbiamo a che fare. Conosciamo meglio il nemico. Stiamo costantemente facendo una sorta di autocontrollo della situazione per evitare di tornare al periodo precedente. Noi siamo pronti ad evitare la diffusione del contagio già da oggi e lo saremo anche se dovesse arrivare una nuova ondata. Ma ci auguriamo, ovviamente, come tutti, che questo non accada».